Quando nell’ormai lontano autunno 2011 ricevetti la notizia che oltre al test d’ingresso di Medicina avevo superato quello di Veterinaria ricordo che comunicai ad amici e parenti quello che a me sembrava ovvio: avrei fatto veterinaria, seguendo la vocazione con tutto me stesso.
Inutile dire che molti mi guardarono storto, sostenendo che la via da seguire fosse l’altra; chi citando il prestigio, chi lo stipendio e chi altre motivazioni furono in tanti a suggerirmi che la via che dovevo imboccare sarebbe stata a parer loro quella dell’ateneo di Medicina umana.
Il preconcetto che il medico degli animali rivesta un ruolo secondario rispetto alla controparte umana deriva dal fatto che spesso si presume che il veterinario sia un lavoro unicamente diretto al benessere animale e non, come in realtà è, alla salute pubblica.
Non starò qui ad enumerare i molteplici ruoli che i veterinari occupano e che sono diretti all’uomo prima che ad ogni altro essere vivente; mi limiterò a dire che per fare la professione del veterinario bisogna avere due prerequisiti fondamentali, la compassione e lo spirito di sacrificio.
Quando perciò mi è capitato di leggere che un “cugino” medico umano ha utilizzato le apparecchiature dell’ospedale per salvare la sua gatta sono stato contento di poter dire che non sia un collega, poiché costui non ha né compassione né tantomeno spirito di sacrificio. Siamo animali strani, noi veterinari: donne e uomini di grande cuore, pronti ad alzarsi ad orari improbabili per aiutare chi non può lamentarsi se non in una lingua abbaiata, miagolata, nitrita. Non tutti possono entrare a far parte di questa categoria ed il perché non si cela nei cinque difficilissimi anni di studi, ma nell’atteggiamento che io e i colleghi abbiamo non solo nei confronti dei quadrupedi, ma anche in quello verso i bipedi.
Gli altri.
Quelli che perdono un animale al quale vogliono bene, quelli ai quali dobbiamo dare terribili notizie e spesso consoliamo, quelli che -solo in Valle d’Aosta più di cinquantamila stando al Corriere della Sera!- aspettano la sanità pubblica e come me si sentono beffati dal comportamento egoista di chi mette i propri affari davanti a quelli degli altri.
Sono contento di dire che non sia mio collega qualcuno che non ha lo spirito di sacrificio di portare il proprio animale in una struttura consona, magari per paura di spendere qualche soldino in più; mi sia poi lasciato dire che sono euforico nel sapere che non sia mio collega qualcuno che ha bisogno di una tac per valutare un pneumotorace, un aspetto tecnico che getta ombre sull’operato di quello sgradito “cugino”.
Non commenterò nemmeno chi si schiera dalla parte di costui, quelli che io chiamo “i fortunati”: coloro che evidentemente non hanno un parente che ha urgente bisogno di cure e che non s’indignano nel vedersi passare davanti la “gatta raccomandata” che toglie il posto al padre di famiglia, alla bambina con la malattia rara, ad ognuno di noi.
Sì, perché dobbiamo valutare anche questo: pensate forse che se uno dei vostri animali fosse in fin di vita e vi presentaste all’ospedale chiedendo una tac quel medico vi farebbe passare? Nel migliore dei casi sareste bollati come stupidi.
Non confondiamo un gesto egoista come uno di compassione: se cercate questa qualità vi consiglio di rivolgervi al vostro veterinario di fiducia.
Concludo questa mia con l’ennesimo elenco di qualità, enumerando quelle che vorrei trovare nella Magistratura: che siano obiettivi, giusti, che non si dimentichino che una multa non basta davanti alla ferocia di chi, prepotente e borioso, si pone “primus inter pares”.
Ognuno pensi al suo mestiere: i medici pensino ai malati, i veterinari agli animali e i giudici agli improbi.
• Nicoló Pareto, Veterinario